sabato 9 luglio 2011

Le Province

Il tema dell'abolizione delle Province appare nel dibattito politico con oscillante intensità ormai da un decennio e, come spesso accade nel nostro paese, ci si esercita per anni senza mai arrivare ad una conclusione accettabile.
Al di là delle singole opinioni, credo che una classe dirigente autorevole non possa semplicemente dire "aboliamo le Province" senza indicare la via che intende percorrere per dare soluzione ai problemi che a tale scelta conseguono.

Le scelte possibili sono davvero molteplici:

A) La scomparsa delle Province porta con sé la scomparsa dei "capoluoghi di provincia" e la razionalizzazione della presenza dello Stato e delle Regioni sul territorio. In sintesi scompare il Prefetto ed il Questore e con essi gli uffici decentrati dello Stato e delle Regioni. Nulla toglierà alla Pubblica Amministrazione nazionale e regionale di organizzarsi territorialmente ma non necessariamente in modo coincidente con le preesistenti Province. Allo stesso modo si può' immaginare che si riorganizzeranno i partiti, i sindacati, le associazioni di volontariato e potranno farlo anche in modo diverso l'uno dall'altro. D'altronde questo accade già da tempo per le grandi aziende che gestiscono reti e servizi. In molte province, per ragioni aziendali, non ci sono più le sedi provinciali dell'Enel, della Telecom, di Italgas, della Banca d'Italia e così via dicendo. Non so con quale soddisfazione per l'utenza, sicuramente con notevoli risparmi. Se è così, la scelta è chiara. Il Paese si organizza su tre livelli: Comune, Regione e Stato. E' un modello di paese diverso dall’attuale. I sostenitori dell'abolizione "tout court", se pensano a questo modello, lo dovrebbero dire.

B) Scompare soltanto la Provincia come livello istituzionale e tutto il resto resta immutato. Lo Stato e le Regioni continuano ad avere loro rappresentanze negli attuali capoluoghi, i sindacati, le associazioni di categoria, il terzo settore e i partiti continuano a organizzarsi "di fatto" a livello provinciale. In sintesi tutta la società elegge o nomina i suoi rappresentanti senza che essi possano interloquire con istituzioni di pari livello, perché le comunità che esprimevano quelle istituzioni non possono più farlo. Anche questa scelta è possibile. Una classe dirigente autorevole deve però governare i cambiamenti che pone in essere e, se possibile, prevenirne le distorsioni. Proviamo ad immaginare lo scenario che potrà derivarne. Le attività e le funzioni che attualmente svolgono le province saranno ragionevolmente attribuite per l’80% alle Regioni e per il 20% ai Comuni. Si può presumere che, data la loro natura sovracomunale, passeranno alle Regioni i Servizi per l'impiego, i Trasporti, la Formazione professionale ed il Mercato del lavoro, il sistema stradale provinciale, la Difesa del suolo, la Caccia e la Pesca, l'Urbanistica; resteranno ragionevolmente ai Comuni l'Edilizia scolastica e le Politiche sociali, culturali e sportive. A prescindere dalla quantificazione dei risparmi, tema sicuramente complesso e che avrebbe bisogno di un serio approfondimento, tolti i 4 miliardi di stipendi, dei restanti 10 miliardi, circa 8 andranno alle Regioni e 2 ai Comuni. Al pari, l'80% degli investimenti verranno decisi non più nei cento capoluoghi, ma nelle 20 città capoluogo di regione, sicuramente con un effetto di razionalizzazione degli stessi ma con un innegabile riduzione degli spazi di mercato per le piccole e medie imprese locali. Le Regioni potranno liberamente dar vita a nuovi organismi: agenzie, società e quant'altro vorranno, oppure potranno dislocare nei capoluoghi di provincia o addirittura in sedi ancora più numerose, strutture di vario genere per la gestione di tutti o di parte dei servizi. I rischi di tale scelta sono oggettivamente reali, se solo si pensa alla difficoltà' di trasferire nelle 20 città capoluogo di Regione l'80% degli oltre 50.000 dipendenti che sono residenti in quasi tutti gli 8.000 comuni italiani. Per molti di essi (si pensi al sistema stradale o alla polizia provinciale) la naturale sede di lavoro è il territorio e non la Regione. D'altronde sarebbe davvero poco lungimirante non trarre insegnamento dai vari decentramenti che hanno caratterizzato la storia del nostro paese. Credo che anche in questo caso i fautori dell’abolizione della sola "istituzione Provincia" dovrebbero specificare gli strumenti con i quali evitare che il nuovo modello non porti con sé un aggravio dei costi di cui pentirsi.

C) Si "razionalizzano" le Province. Il tentativo operato recentemente dal parlamento ha assunto toni decisamente grotteschi, per le spinte dei singoli deputati a salvare questa o quella realtà, tanto da approdare ad un nulla di fatto. Anche questo si può fare. Il Parlamento potrebbe orientarsi a definire una soglia minima di abitanti sotto la quale la Provincia non può esistere. E' giusto considerare solo gli abitanti, scegliendo di mantenere una Provincia costituita in epoca recente e sopprimere realtà che hanno 150 anni di storia, solo perché poco popolate ma magari con territori molto vasti e con antichissime radici comuni? Ha senso mantenere una Provincia con centinaia di piccoli comuni di montagna o ha senso mantenere Province, come quella di Trieste che ha, oltre al capoluogo, appena cinque Comuni? Non so. Se comunque questa dovesse essere la scelta, credo che gli abitanti delle Province che verranno soppresse abbiano il diritto di conoscere la loro sorte. Se la soglia si dovesse attestare, come qualcuno sostiene, intorno ai 300.000 o ai 500.000 abitanti, penso sia giusto che il legislatore spieghi se ha un senso che l’Umbria, il Molise e la Basilicata debbano avere una sola provincia, coincidente con la Regione; se la Provincia di Torino debba assorbire tutto il nord del Piemonte fino ai confini con la Francia o se, perdonatemi un riferimento interessato, se la Provincia di Rieti, non confinando, sostanzialmente, con nessuna altra provincia del Lazio, debba essere assorbita dalla Provincia di Roma, creando così un'entità territoriale che si estenderebbe da Nettuno alle porte di Ascoli Piceno oppure, se debba andare a "salvare" la Provincia di Terni cambiando Regione o se debba dar vita alla provincia del "nord del Lazio" unificando le terre etrusche con le terre sabine, con l'Umbria in mezzo. Potrei continuare con numerosi altri esempi puntuali, tanto è originale il nostro paese; nella sostanza penso però che le scelte del legislatore debbano non solo "abolire", ma indicare puntualmente le soluzioni, salvo che non si voglia fissare la soglia minima ed attribuire alle Regioni il compito di provvedere alla nuova ripartizione. In questo caso consiglierei in primo luogo attenzione nella scrittura delle norme altrimenti l'effetto potrebbe essere quello di aumentarle anziché ridurle; in secondo luogo credo che una scelta di tal fatta dovrebbe condurre, per coerenza, alla piena regionalizzazione delle stesse, fattibile con inevitabili modifiche costituzionali.

D) Si sopprimono le Province che coincidono con le Città metropolitane. La tesi trova praticamente un consenso unanime in Parlamento. Con la piccola particolarità che non si dà vita alle città metropolitane, nonostante il legislatore le abbia addirittura costituzionalizzate. Se ne parla ormai da 21 anni e, anche recentemente, ci siamo tutti esercitati a scrivere norme talmente complesse (iniziativa dei Comuni, parere delle Regioni, referendum ecc.) da impedirne, di fatto, la nascita. E' davvero difficile dire, con un atto di grande sincerità che, se si ritiene utile farle nascere, l'unico sistema è varare una legge che indichi i loro confini? D’altronde non si è proceduto così quando sono state istituite nuove Province? Ed è proprio difficile dire che le "metropoli" nel nostro Paese forse sono un po' di meno di quelle che abbiamo indicato?

E) Si sopprime soltanto la parte politica e le Province diventano espressione diretta dei comuni. In sostanza le Province vengono governate dai sindaci. Risparmieremmo davvero poco ma legheremmo certamente di più le province alle comunità. Anche questo si può fare. Penso però che anche in tale caso si debba chiedere ai sostenitori di questa tesi un piccolo sforzo intellettuale in più. Eleggiamo direttamente il presidente tra tutti i cittadini e consentiamo solo ai consiglieri comunali di far parte delle liste? Si può fare. Costituiamo assemblee di sindaci che eleggono il presidente e svolgono le funzioni degli attuali consigli provinciali? Bene. E' però opportuno sapere che il consiglio provinciale di Trieste sarà composto da 6 membri, quello di Latina da 33 e quello di Alessandria da 190. Oppure si mantiene l'elezione diretta del presidente ma si prevede che possono essere candidati solo i sindaci? In questo caso le liste dovranno essere aperte ai cittadini o potranno candidarsi soltanto i consiglieri comunali? Il voto del sindaco di Roma o di Milano peserà come quello del sindaco di un Comune di poche centinaia di abitanti? Tutto è quindi possibile a condizione che il facile slogan assuma i toni di una riflessione seria ed il legislatore si spinga un po' più in là .

Quello che non è tollerabile è la continua delegittimazione di rappresentanti delle istituzioni che, al di là delle banalizzazioni, comunque governano funzioni importanti e credo non possano sentirsi per anni definire inutili solo perché le camere non sono in grado di scegliere la strada migliore per il Paese.
Peraltro, mentre ragioniamo di tutto ciò, il Parlamento si appresta ad approvare la Carta delle autonomie, testo fondamentale per l'attuazione del Federalismo perché in esso vengono definite le funzioni fondamentali di Comuni e Province; in pratica il "chi fa che cosa" nel sistema delle autonomie locali. Le associazioni delle autonomie e le Regioni hanno suggerito soluzioni diverse, ognuna a difesa del livello di governo che rappresenta ed il Governo ha compiuto una difficile mediazione. Siamo sicuri che quel testo non debba essere più preciso ed evitare ogni sovrapposizione di competenze, definendo con esattezza il mestiere di ciascuno, per rendere la vita più semplice ai cittadini ed alle imprese e rendere possibili significativi risparmi, semplicemente evitando che tutti facciano le stesse cose?
E, visto che si parla solo di Comuni e Province, non è il caso che le Regioni facciano la stessa cosa, evitando di distribuire in modo irrazionale o, ancor peggio, di trattenere, funzioni che possono essere conferite agli enti più vicini ai cittadini, così che essi possano avere finalmente, per una loro esigenza, un solo interlocutore?

Fabio Melilli
Presidente della Provincia di Rieti

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