lunedì 29 agosto 2011

La manovra ostacola le energie rinnovabili

"Sulle fonti rinnovabili la manovra scassa il sistema dei certificati verdi senza sostituirlo con una politica industriale ed ambientale plausibile. A rischio investimenti vecchi e nuovi e l’occupazione di migliaia di persone”

Il decreto legge 78/2010, la cosiddetta manovra economica del Governo Berlusconi, porta una disposizione che semidistrugge uno dei pilastri delle politiche italiane a favore delle fonti energetiche rinnovabili, il sistema dei cosiddetti “certificati verdi”.

Dalla riforma Bersani (1999) le industrie che producono energia da fonti tradizionali (petrolio, gas, carbone) sono obbligate, in misura via via crescente, a produrre elettricità anche con fonti rinnovabili, oppure a farla produrre anche ad altri soggetti, dai quali acquisteranno, per assolvere il loro obbligo, i “certificati verdi” che documentano quella produzione. Questa quota è pari al 5,3 % nell’anno in corso. Ogni anno, e sino al 2013, l’obbligo cresce di 0,75%, per arrivare dunque, se non intercorrono modifiche legislative, al 7,55% nel 2013.

Nel 2008, vi è stato un picco di produzione energetica da fonti rinnovabili che ne ha reso disponibile una quantità superiore a quella minima obbligatoria, ed il Gestore del Mercato Elettrico è stato chiamato ad acquistare i certificati in eccesso. Un surplus che con l’incremento delle quote e soprattutto con il loro adeguamento agli obblighi di Kioto e dell’Unione Europea è destinato a riassorbirsi rapidamente.

Anche per chi, come me, ha posto in rilievo in Parlamento come le incentivazioni delle fonti rinnovabili avessero bisogno di profondi rimaneggiamenti, che allontanassero i malversatori continuando a favorire la loro diffusione ad opera del sistema produttivo nazionale, la proposta del Governo risulta sbagliata e abnorme. Si rischia davvero di buttare via il bambino con l’acqua sporca.

Le imprese che hanno realizzato i loro investimenti negli anni scorsi ( e che ancora non li hanno ammortizzati) rischiano di entrare seriamente in crisi, e con loro l’occupazione stabile ed in crescita creata. Quelle che li hanno fin qui programmati e sono sulla soglia della realizzazione, potrebbero bloccare le operazioni finanziarie e autorizzative perché tali investimenti diventano – per il cambiamento delle regole del gioco a partita iniziata – improvvisamente non convenienti. Penso, per limitarmi al caso più famoso in Sardegna, ai progetti nel Sulcis della Portovesme srl. Con quale credibilità, oltre l’ordinaria lentezza burocratica, lo Stato italiano si presenterà di fronte ad investitori internazionali che avevano fatto affidamento sulle regole del mercato elettrico ?

Il decreto legge del Governo stravolgerà in maniera rozza l’unico sistema che – tra l’altro – consente di realizzare insieme l’autoconsumo da parte del sistema produttivo (che il centrodestra ha rifiutato in più occasioni di introdurre come criterio preferenziale di autorizzazione degli impianti ) e la negoziazione dei titoli su un vasto mercato di generatori elettrici, contribuendo ad una più intensa concorrenza.

Quello che più stupisce è che mentre si aspettano da sette anni le linee guida per le autorizzazioni alla installazione degli impianti da fonte rinnovabile, da mesi le nuove disposizioni sul conto energia a favore delle installazioni domestiche e una nuova rete di misure per impegnare il Paese al raggiungimento degli obiettivi di riduzione dei gas serra per i quali l’Italia si è obbligata nei consessi comunitari e internazionali, con due righe di decreto legge si distrugge una cornice sperimentata senza introdurre un nuovo quadro di regole.

Si vede ancora di più che in questo Paese manca non solo un Ministro dello Sviluppo Economico ( ma l’interim di Berlusconi non doveva durare pochi giorni ?), ma anche, drammaticamente, la volontà di definire una politica ambientale e industriale che meriti questo nome.


Francesco Sanna - Senatore Partito Democratico

2 commenti:

  1. mettere l'ICI sugli immobili del Vaticano no è?

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  2. Io concordo pienamente con Gaetano Buglisi: “La Robin tax dovrebbe distinguere tra le aziende che ancora hanno a rischio il loro investimento, come quelle del comparto rinnovabili di recente creazione, da chi invece l’investimento iniziale l’ha già ammortizzato negli anni e sta facendo utili grazie alle concessioni pubbliche”.

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