mercoledì 23 novembre 2011

Perchè Marchionne non si ferma più

Casca il governo, se ne forma uno nuovo tutto tecnico e zero politico, si rasserena il clima fra le parti sociali, la gente è disposta a fare sacrifici.
In poche settimane l’Italia sembra un paese completamente diverso, l’unica cosa che non cambia di una virgola è Marchionne. O meglio, il marchionnismo.
Il carattere muscolare e dirompente di questo nuovo potere si conferma tale e quale anche nella nuova era Monti. L’amministratore delegato del Lingotto infatti ha inviato ieri una lettera ai sindacati, in cui dice di voler disdire tutti i contratti collettivi in essere a partire dal primo gennaio prossimo. E fa capire di voler intavolare una trattativa lampo (ci sono meno di quaranta giorni da qui a fine anno) per arrivare a un nuovo accordo che possa valere per tutto il gruppo. Ovviamente – ma questo non lo dice ufficialmente – la piattaforma di riferimento sarà quella di Pomigliano.
La notizia della lettera è “esplosa” a metà pomeriggio, provocando le reazioni inferocite di Fiom, Cgil, sinistra radicale e Italia dei valori. Tuttavia, la mossa della Fiat non rappresenta una svolta nella sua strategia, ma solamente un ulteriore passo verso l’applicazione di quello che si può chiamare “schema Marchionne”.
Uno schema che vede come obiettivo finale la cacciata della Fiom dalle fabbriche del gruppo e l’applicazione generalizzata dell’accordo scaturito dai referendum di Pomigliano, Mirafiori e Grugliasco.
Ma per arrivare a questo risultato finale, il manager italocanadese sta seguendo un preciso piano. Prima di tutto, ha costretto la Fiat a uscire da Confindustria prima e da Federmeccanica poi, in modo da non essere obbligato ad applicare il contratto nazionale di lavoro. Poi ieri ha disdetto ogni accordo in vigore, in modo da costringere i sindacati a intavolare una veloce trattativa, da qui fino a fine anno.
A questo punto, è plausibile che possa trovare un’intesa sul modello Pomigliano con tutte quelle sigle che già hanno detto sì ai tre referendum fatti finora.
Non a caso, appena resa nota la lettera, Fismic, Fim, Ugl e Uilm (sebbene quest’ultima con qualche mal di pancia) si sono precipitate a dirsi disponibili a giungere a un nuovo contratto per l’auto in breve tempo. La firma però di fatto escluderebbe dalle fabbriche la Fiom: per la nuova Fiat uscita da Confindustria, valgono solo le norme dello Statuto dei lavoratori, che prevedono la possibilità di fare sindacato solo alle sigle firmatarie del contratto che si applica in quel luogo di lavoro. «Non avremo rappresentanze sindacali aziendali, non avremo permessi sindacali, non potremo affiggere volantini nelle bacheche, non potremo indire assemblee, e via dicendo», avverte Federico Bellono, responsabile della Fiom di Torino.
Senza la conflittuale Fiom fra i piedi e con un nuovo contratto più flessibile (o con meno tutele, a seconda dei punti di vista), Marchionne raggiungerebbe lo scopo che si era prefisso fin dall’inizio 2010: avere stabilimenti più gestibili, senza sindacati antagonisti.
Una sorta di “americanizzazione” delle fabbriche, necessaria al Lingotto per poter raggiungere l’ambizioso target di 6 milioni di auto entro il 2014, dai 4,2 milioni attuali. E poco importa che quello che oggi va bene alla Fiat, non va bene all’Italia: con la radicalizzazione dello scontro con Fiom e Cgil, si incattivisce il clima fra lavoratori e imprese e si rischia di destabilizzare l’imminente azione riformista (soprattutto in tema di mercato del lavoro) del governo Monti.
Gianni Del Vecchio

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